La Russia in Siria, a che pro? E perché? Per la nostra presenza
in Siria abbiamo bisogno di un fondamento ideologico, non soltanto
giuridico.
03.01.2016
Iskander Valitov, Zinoviev Club
Per
la nostra presenza in Siria abbiamo bisogno di un fondamento
ideologico, non soltanto giuridico. Dobbiamo operare come agenti di
un ordine mondiale nuovo e alternativo, agire in modo chiaro e
trasparente, sostiene il membro del club Zinoviev Iskander Valitov.
L'operazione in Siria non si esaurisce solo nel neutralizzare la
minaccia alla nostra sicurezza nei confini più lontani, nel
proteggere un alleato e nel perseguire i nostri interessi. È
qualcosa di molto più serio: noi stiamo instaurando un ordine
mondiale nuovo.
Dove si sono spinti
Condoleeza Rice (ex segretario di Stato USA) e Robert Gates (ex
segretario della Difesa USA) hanno pubblicato sul Washington Post un
articolo in cui promuovono un'idea innovativa e molto moderna: la
Russia si è inserita nella faccenda siriana perché soffre del
complesso della grande potenza. Putin, blandendo una popolazione
addormentata dalla propaganda, stabilizza una pesante situazione
interna con le vittorie in politica estera. I due autori esortano a
non credere in nessun caso che noi si voglia la pace in Medio
Oriente e propongono di "controbilanciare" senza indugio
la nostra presenza laggiù con un sostegno attivo alle forze che si
contrappongono a noi.
Di recente Zbigniew Brzezinski è stato anche più determinato:
la Russia sta attaccando i privilegi degli USA in Siria. Di fatto
Brzezinski ammette che lo "Stato Islamico" e gli altri
banditi in Siria sono strumenti americani e che noi ci stiamo
insidiando con le nostre azioni direttamente nelle proprietà USA:
perciò gli Stati Uniti devono rispondere.
Dobbiamo di
conseguenza ammettere di esserci davvero messi di traverso sulla
loro strada. Nei prossimi piani degli USA vi sono il depredare e il
deindustrializzare l'Europa nella cornice del Partenariato
transatlantico per il commercio e gli investimenti. I reclami verso
la Volkswagen sono solo un primo segnale. Davanti abbiamo
straordinarie innovazioni di portata storica, come ad esempio dei
tassi negativi notevoli uniti all'eliminazione del denaro contante.
Ma questo è riservato ai Paesi sviluppati, mentre per quelli non
sviluppati c'è un semplice svuotamento dei conti (vedi Cipro).
Ci attende il deprezzamento di tutti i valori attivi di carattere
industriale con relativa loro incetta da parte di chi ha accesso
alla stampatrice del Federal Riserve. E poi naturalmente vi sarà
l'iperinflazione, per coloro che saranno rimasti al contante. La
realizzazione di questi piani presuppone lo smantellamento e la
liquidazione degli Stati e di qualunque altro istituto di pensiero e
volontà sovrani.
Non si asterranno dall'idea dello sfruttamento. Non si asterranno
nemmeno dall'intervento armato, dalle rivoluzioni, dai colpi di
Stato, dagli assassini, dal piazzare i propri agenti nei punti
chiave, dal corrompere tutti i personaggi importanti, dal lavaggio
del cervello, dalla disgregazione etica e morale della popolazione,
dall'adescare quest'ultima, dal sostenere i terroristi di ogni
colore, i ribelli di qualunque tipo, gli eserciti privati e così
via. Non rinunceranno alla loro posizione nella guerra globale
permanente. Non rinunceranno a far sì che ognuno dipenda
completamente da loro sul piano sanitario, farmaceutico e
finanziario. Non rinunceranno all'obiettivo del controllo operativo
totale sulle emozioni, sui pensieri, sul comportamento sia delle
singole persone che di popoli interi.
Perché pensare in questo modo non è paranoia? Perché questa è
la loro natura sociale. Sono fatti così per l'impostazione stessa
della loro nascita. Non possono essere diversi da come sono, finché
in qualche modo loro stessi non lo vorranno, ma non lo si prevede
nemmeno a medio termine. Sono predatori. Non mi riferisco ora agli
Stati Uniti come Paese e come Stato, ma parlo di un tipo particolare
di persone che comparirono nelle città italiane all'interno delle
"Arti maggiori" (mercanti all'ingrosso e banchieri), che
oggi sono arrivate al livello di super-società e super-autorità
(si legga in proposito Aleksandr Zinoviev). Nelle loro mani ci sono
le finanze mondiali, gli Stati, le risorse industriali: e adesso
vogliono dominare la nostra psiche, il nostro corpo, la nostra
volontà. Sono tutte informazioni di libero accesso, ma è già
qualcosa di assolutamente palese. La "teoria del complotto"
è stata pensata solo per poter etichettare in modo evidente le
"teorie complottiste" inesistenti.
Al mondo non ci
dovranno più essere giocatori indipendenti: Assad deve andarsene,
perchè non ha voluto andarsene egli stesso. Nessuno dovrà avere
una propria volontà. Se fai un accenno qualsiasi alla sovranità
significa che sei già da liquidare; sei sotto osservazione anche se
non fai quell'accenno, ma almeno conservi la vita. Per il momento.
A tutto questo abbiamo deciso di contrapporci noi. L'operazione
in Ossezia del Sud nel 2008 si poteva definire come attacco alle
nostre forze di pace, e noi le abbiamo difese. Anche il
ricongiungimento della Crimea e l'aiuto al Donbass sono spiegabili
come "difesa degli interessi" e "nostalgia
imperiale": territori limitrofi, popolazione russofona,
storicamente un solo popolo, drastica riduzione del tempo di volo
dei missili fino a Mosca e così via.
E l'operazione in Siria, invece, che è a migliaia di chilometri
da noi? Anch'essa certamente si può definire come lontano baluardo
di difesa dai terroristi, come protezione degli interessi di Gazprom
e via dicendo, e sarebbero definizioni corrette. Ma il tutto non si
può racchiudere solo in questo. Stiamo di nuovo andando verso
un'acuto inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti, e non solo
più ai nostri confini. Perché?
Non si tratta di interessi o di profitti. Si tratta di una vera e
propria strategia di sopravvivenza. Se essi trasformeranno il mondo
a modo loro (lo renderanno in gran parte un caos, mentre nell'altra
parte elimineranno completamente qualunque possibilità di autonomia
e organizzazione indipendente), allora non ci potremo rifugiare
nella nostra fortezza. Per fame o per assedio, prima o poi ci
prenderanno.
È il momento di agire e di scoprire le carte. Noi
non siamo d'accordo con la loro versione dell'ordine mondiale. Siamo
disposti a sostenere chiunque, non importa dove, sia pronto a
contrapporsi al loro progetto di assetto mondiale. Noi proteggeremo
gli Stati, non importa quali, non importa che ordinamento abbiano,
non importa quale sia la loro confessione religiosa. Costringeremo
alla pace chiunque attenterà alla sovranità dei nostri vicini,
anche se è qualcuno nutrito dalla potenza egemone. E questa nostra
posizione ha il suo fondamento finale di forza in questo: abbiamo la
parità missilistico-nucleare con la potenza egemone.
La forza c'è, ma serve un'ideologia
Ora che abbiamo
cominciato ad agire, è venuto il momento anche di parlare. La tesi
del mondo multipolare dice solo che sul pianeta non vi sarà un
unico centro di potere. Ma questo non può bastarci. Occorre dire in
modo chiaro a quale ordine mondiale alternativo proponiamo di
aderire spontaneamente. Quale ordine mondiale stanno definendo le
nostre forze aerospaziali in Siria? In sostanza, distruggendo i
banditi in Siria, espletiamo una funzione di polizia, ma in quale
mondo? Verremo accusati di appropriazione abusiva di questa
funzione, e diranno pure che siamo stati pessimi poliziotti, perché
non perseguiamo i veri cattivi e lo facciamo nel posto e nel momento
sbagliato.
Abbiamo bisogno per la nostra presenza in Siria di un
fondamento ideologico, non soltanto giuridico. Dobbiamo operare come
agenti di un ordine mondiale nuovo e alternativo, agire in modo
chiaro e trasparente.
Ritengo che la cosa importante sia che alla guerra globale
opponiamo una pace globale, che sia effettivamente un ordine
mondiale, a differenza del loro ordine basato sulle guerre. Noi
aspiriamo al ruolo di forza in un mondo privato della violenza. E in
Medio Oriente abbiamo appunto bisogno di ottenere la pace: ciò è
possibile se gli attori principali accettano che sia meglio la pace
della guerra e che che qualunque "strumento" di guerra sia
da noi realmente distrutto, e sarebbe proprio il contesto giusto.
Ma sul piano concettuale dobbiamo rispondere alla questione su
come sia possibile un ordine mondiale, come possa essere messo in
atto questo sogno dei popoli: la vita senza la guerra. Una risposta
a questa domanda sarebbe logico darla adesso che è cominciata e si
sta sviluppando una guerra globale dai molti aspetti ("ibrida")
e dai molti attori, che se non è proprio un "tutti contro
tutti" è comunque un "molti contro molti". Mentre
l'umanità resta in equilibrio sul bordo dell'autodistruzione e del
degrado.
Che cosa abbiamo da dire urbi et orbi a questo
proposito? Abbiamo un immaginario sociologico e antropologico? Che
cosa abbiamo in attivo? In passato avevamo l'idea di una società
senza classi e solidale, che abbiamo sperimentato su noi stessi e
proposto agli altri. Ma oggi cosa abbiamo?
Qui sotto condividerò brevemente alcune considerazioni al
riguardo.
Coesistenza in nicchie invece di un'unica umanità
Sul piano sociale il futuro ordine mondiale deve essere edificato
sul rifiuto dell'idea di rendere felice l'umanità. Nessuno deve
avere il diritto alla "posizione di ingegnere sociale"
verso il mondo degli uomini. Il desiderio di portare il genere umano
a una qualche condizione ideale deve essere considerato criminoso.
La strada per l'inferno sociale è lastricata di tali buone
intenzioni. Non mi riferisco certo a quei casi in cui sotto la
bandiera del meglio per tutti vengono organizzati dei fondi
alimentari per le "Arti maggiori". La conquista e il
saccheggio nel mondo moderno sono sempre presentate con l'immagine
di una qualche missione umanitaria. Ricostruisci, riforma, organizza
solamente te stesso. Dopo potrai condividere l'esperienza con chi lo
vuole. Bisogna combattere apertamente chiunque cerchi di cambiare
l'organizzazione degli altri.
Bisogna combattere tutti quelli che in modo forzoso cerchino di
spiritualizzarci, non importa se si tratti dello spirito cattolico,
islamico o di qualunque altra forma. E punire anche quelli che
provano a democratizzarci, a emanciparci col gender e così via. In
definitiva, nessuno deve imporre un ordine universale.
Oggi noi non imponiamo niente a nessuno, a differenza di quello
che era l'URSS. Né il socialismo, né la democrazia, né il
capitalismo… Costringiamo soltanto alla pace. Pace che si pone con
l'accostamento di due processi: separazione e integrazione. Se vuoi
fare qualcosa, all'inizio mettiti a parte, organizza una tua nicchia
ecologica, cioè un posto in cui non ti incrocerai con altri, e la
tua vita non disturberà quella altrui.
Ciò non significa che
non debba esserci nulla che unisca l'umanità nel insieme. La
separazione di genti e popoli diversi in nicchie ecologiche deve
accompagnarsi a un processo intensivo di integrazione; questa fase
(circa mille anni) è un processo di comunicazione. Comunicazione
che è basata sul mutuo interesse e sulla comprensione reciproca.
E per il momento non vale la pensa di inventare un unico scopo
per l'umanità: sarebbe prematuro, e non è una questione che
riguardi gli uomini. Quale sia il destino di tutto il genere umano
lo dirà di nuovo o Dio o in qualche modo la storia.
Serve un'iniziativa strategica antropologica
Oltre alla dimensione sociale del nuovo ordine mondiale ve ne
dev'essere anche una antropologica. Quale tipo di uomo può avere
prospettive di successo per un'umanità pacifica? Quale può essere
il punto di riferimento? Credo che questo faro possa essere il
liberarsi dall'egoismo.
Marx aveva questa fantasia antropologica: prefigurò in modo
chiaro un mondo senza predatori, sfruttatori, guerre etc. Ogni
persona partecipa consapevolmente alla vita del genere umano e tutto
ciò che fa è indirizzato alla riproduzione e allo sviluppo di
tutti.
Ed egli si pone la seguente domanda: che cosa impedisce la
realizzazione di un tale stato di cose? Marx ne cercò la causa
nell'attivitò economica. Ricondusse tutto alla questione della
proprietà sui mezzi di produzione. Tuttavia si capisce
adeguatamente come tale proprietà possa disturbare l'opera verso il
bene comune: anzi come possono intralciarmi mentre agisco contro gli
interessi comuni se mi tolgono persino le mie proprietà?
Naturalmente non si tratta solo della proprietà privata e
dell'economia, e nemmeno del potere. Si tratta dell'egoismo e
dell'egoismo razionale: lo aveva indicato Zinoviev.
Ai tempi dell'URSS si procedette all'eliminazione di intere
classi. Liquidarono lo sfruttamento insieme ai portatori dei mezzi
di sfruttamento, ma l'egosimo si trasmise comunque alle nuove
generazioni, perché è un insieme complesso di motivazioni che
comprende le emozioni, le percezioni e le convinzioni. È un
determinato modo di vita che si aggancia anche alla struttura
sociale e si riproduce con essa. Inoltre la forza e l'inerzia di
questo modo di vivere sono tali che apparentemente la struttura
sociale trasformata in maniera radicale torna sotto l'influsso di
questo fattore di nuovo al suo formato iniziale. La nostra
nomenclatura di partito distrusse il Paese (o permise che si
distruggesse — è la stessa cosa) col fine di creare ricchezze
individuali e di trasmetterle per via ereditaria, così di nuovo si
è prodotta la struttura sociale classista.
Al tempo stesso, però, l'uomo può cambiare. La sua
particolarità è che egli è libero da determinanti biologici, e
persino da quelli socioculturali, in certe condizioni.
Dobbiamo sradicare l'egosimo da noi stessi. Ciò è possibile se
lo mettiamo come obiettivo. Alla fin fine la corruzione è anch'essa
manifestazione dell'egoismo. La priorità deve andare
all'antropologia, alle pratiche umanitarie, alla filosofia russa.
Dobbiamo risolvere il problema dell'egoismo non solamente per mezzo
della disciplina, della punizione e simili, che sono strumenti
delicati e inaffidabili, ma per mezzo della pratica individuale,
attraverso il coltivare le relazioni personali, lo sforzo di
ciascuno, le singole decisioni.
Se l'uomo lo desidera intensamente e consapevolmente, allora
diventerà uomo ecumenico, responsabile per la continuazione della
vita sulla Terra nonostante qualsiasi interesse corporativo, sociale
o familiare, nonostante qualsiasi egosimo collettivo o personale.
Il tema dell'egoismo deve diventare un campo culturale di
letteratura, di filosofia, di educazione e istruzione, di politica,
di pratica sociale: filosofia e ideologica di partecipazione alle
cose comuni devono diventare il nostro modo di pensare.
Dobbiamo imparare a generare questo tipo di uomo. Dobbiamo essere
capaci di dimostrare al mondo la possibilità di principio di una
tale pratica umana, la possibilità di una tale "costruzione
dell'uomo". E ciò sarebbe, in aggiunta all'elemento della
forza, il nostro contributo più significativo alla questione dello
stabilimento della pace sul nostro pianeta.
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